American Psycho di Bret Easton Ellis.
Spesso ironico e a tratti disturbante questo romanzo è una riuscita satira sul consumismo e gli yuppies (i ricchi managerz ameregani degli anni di Reagan, ricordiamoci che il libro è uscito nel 1991). Protagonista è Patrick Bateman, galantuomo belloccio e palestrato, informatissimo su tutto ciò che è moda, assiduo frequentatore di club esclusivi e ristoranti di lusso, fanz di Donald Trump e David Letterman, sommerso da svariate puttanelle e con svariate rotelle fuori posto… anzi, è proprio scemo di guerra: trova il tempo per torturare & uccidere tizi in un sacco di modi agghiaccianti. Il romanzo è uno spaccato di vita di questo stronzo.Si parla in modo convincente di alienazione interpretabile sia intimamente (Bateman è sciroccato) che collettivamente (anche gli altri non scherzano). Questo distacco dalla realtà viene reso efficacemente da strutture stilistiche che sono allo stesso tempo un pregio e un difetto: finiscono per rendere troppo pesante la narrazione ma, senza, il libro perderebbe gran parte del suo sciàrm.
Un esempio. Bateman e i suoi compari sono perfettamente in grado di vivisezionare il look di un tizio elencando tutte le marche di vestiti e monili che si porta addosso: dalle scarpe al fermacravatta, dai gemelli alla camicia, niente è lasciato al caso. Vedo Ciccio? Ha un paio di scarpe Brooks Brothers, un paio di pantoloni Emporio Armani, il resto D&G, più un paio di occhiali costosissimi con montatura in dente di pipistrello albino del Kuwait? Se sono Bateman sento il desiderio di informare il lettore di tutto ciò. Questa trovata è molto bella, specialmente quando si scopre che il tizio non è Ciccio, ma Gianni. Poi arriva Pino e dice che non è Gianni, ma Pinotto. E Pino in realtà è Oscar. Non è solo Bateman ad inciampare su ’sta roba: tutti salutano tutti, ecco li’ Van Basten, ma no è Bergamasco, no guarda è Berlusconi, credo sia la Hunziker ecc, ma sono sempre pronti a criticare la cravatta armani portata male. Tutto ciò è chiaramente usato in funzione al senso di alienazione subìto (inconsciamente) dai protoganisti: questi tizi sono interscambiabili tra loro, cambiano solo i vestiti. Il problema è che l’elenco dei corredi dopo le prime 50 pagine ROMPE LE PALLE! Però è necessario: coglie appieno la superficialità e il comportamento avulso dalla realtà dei ricchi snob annoiati, quindi questo gioco deve ripetersi. Ma rompe le palle. Eccetera.
Altra cosa simpatica (questa non rompe le palle, come del resto neanche la confusione sulle identità) sono i fantastici lapsus di Bateman… nel bel mezzo di un discorso su come indossare correttamente il gilè se ne esce con frasi tipo “vorrei sbudellarti e usare le interiora come collana” senza che l’interlocutore batta ciglio: non si capiscono neanche tra loro.
Il romanzo è alienato e alienante. C’è qualcosa di interessante ma francamente non lo rileggerei e se potessi tornare indietro non lo comprerei: si poteva concludere il tutto in 200 pagine, è tirato troppo per le lunghe.
Guarderò comunque il film con gli ottimi Christian Bale, Reese Whiterspoon, Willem Dafoe. Noto che anche Jared Leto è nel cast… ’sto pirla compare in ogni film che parla d’alienazione, da Fight Club a Requiem for a Dream. Ed è pure emo (non scherzo). Sarà un caso?
Volevo aggiungere due cose.
Prima cosa Ogni volta che leggo di American Psycho trovo un paragone con Fight Club (per cui lo faccio anche io non volendo restare fuori dai circoli Letterari che contano).
Il paragone non è azzardato, anche a livello stilistico. Entrambi i libri presentano quelli che Chuck Palahniuk chiama choruses (ritornelli), la ripetizione di un’espressione che caratterizza un determinato personaggio (perché altrimenti questo sarebbe indistinguibile dagli altri: solo con una categoria formale è possibile la distinzione)… per dire, cito da Soffocare: “XXX non è la parola giusta, ma è la prima che mi viene in mente” è una frase che viene utilizzata molto spesso. Nel romanzo di Ellis, in ogni caso precedente al primo libro di Palahniuk, di strutture simili ne troviamo a vagonate: descrizione degli abiti, lapsus, fraintendimenti vari.
A livello sostanziale entrambi i romanzi parlano dell’alienazione che deriva in qualche modo dal consumismo/materialismo/capitalismo.
Credo però che Fight Club sia più pregnante di significati (oltre ad essere scritto con uno stile di scrittura minimale più personale e coraggioso): dal viaggio nicciano alla tensione sociale, dal fallimento personale all’esistenzialismo eccetera. Non che parlare di più roba faccia figo: ma FC è un romanzo totale, lo apprezzi se lo leggi superficialmente e se vuoi farti miliardi di seghe mentali. Ed è meglio di American Psycho.
Seconda cosa Leggendo il libro di Ellis mi è venuta in mente varie volte la canzone Stinkfist dei Tool. Parla di un tipo che penetra la sua compagna con un pugno ma poi procede fino ad inserire dentro tutto il braccio fino alla spalla perché altrimenti non riesce a provare niente (un altro sciroccato).
Mi ha fatto venire in mente Bateman: l’insoddisfazione lo porta all’eccesso. E’ desensibilizzato. E benché sia conscio delle falle del ragionamento che lo porta ad agire in modo aberrante e cerchi comprensione, continua imperterrito con le sue stravaganti e violentissime trovate.
C’è una sottile differenza tra Stinkfist e American Psycho: la canzone ha un climax, il romanzo no (e questo è un altro difetto).
Già che ci siamo Ho anche letto l’ultima uscita di Luttazzi, Lepidezze Postribolari ovvero populorum progressio. E’ una raccolta di freddure e informazioni, alcune inedite e altre pubblicate sul suo blog. Molto interessanti le parti sulla guerra in Iraq, la propaganda e su come il 49% degli ameregani è stato portato a pensare che Saddam c’entrasse qualcosa con l’11 settembre. Divertente e istruttiva l’intervista all’autore. Buon libro.
Il futuro La prossima vittima sarà Fanteria dell’ospizio, libello che getta uno sguardo su un gruppo di veterani fascisti scemi di guerra caduti da un certo scalone (ah ah ah): il disturbo post-traumatico da stress (lo stesso di Rambo) li porta ad armarsi credendo di essere ancora a Salò. Cameo di R. Lee Ermey nel ruolo del Sergente Maggiore Hartman di Full Metal Jacket.
ipse dixit