Quanto segue è la prima parte di un gran post da posa evidentemente influenzato dalla lettura dell’opera omnia di Lovecraft.
Si tratta di un racconto/esercizio di stile in forma epistolare.
La genesi di tale documento è individuabile nella richiesta fatta ad un amico di scrivere una recensione di quelchevoleva per la rubrichetta “Hal Giasira”, con l’io narrante basato su Lovecraft (uno scemo di guerra, insomma). Quelchevoleva alla fine si è rivelato essere alcune poesie di Rimbaud, se ho capito bene… si noti che io avevo commissionato una disamina attualizzabile su Salò e le Centoventi giornate di Sodoma di Pasolini. Ma il contratto di mandato non è più quello di una volta, ormai anche l’oggetto può essere liberamente modificato… e siamo arrivati a disaminare Rimbaud, appunto. O meglio, credo: vista la lunghezza il tutto è stato spezzato in due parti e la disamina dovrebbe essere presente nella seconda parte. In ogni caso questa prima tornata mi pare interessante considerando lo stile, l’ironia e il citazionismo.
Autore dello scritto è un mio amico; gli verrà dato credito appena mi dirà se devo inserire un nickname, il vero nome e il numero di cellulare (da scrivere sui bagni delle stazioni ferroviarie). L’introduzione in corsivo è mia. Non ho la pù pallida idea di cosa sia scritto in francese, fa parte del mistero.
La seconda parte arriverà l’anno nuovo, credo.
EDIT: diamo credito a Dario.
redazione di UtG
piazzale Loreto 666
4 8 15 16 23 42
Barcellona Pozzo di Gotto, SPA
Cari fanz,
sono di ritorno da un viaggio memorabile nei pressi di Ignorance, sinistra cittadina persa da qualche parte nel New England. Solo una ragione poteva indurmi a lasciare volontariamente, sebbene per un lasso di tempo molto breve, le mie amate grotte elette a domicilio ormai nel lontano 11 settembre 2001: la collaborazione con un accademico occidentale di larghissime vedute. Ignorance infatti è la sede della non troppo famosa, ma certamente meritevole, Minkiatonic University, importante luogo d’incontro per tutti gli studiosi di ciò che è passato (e si spera resti tale).
Sono stato efficientemente accolto dal cappellano dell’università, Don Alò, il quale è riuscito, con mia gradita sorpresa, a non nominare il suo dio e la sua religione in mia presenza. Ed è stato molto più amichevole di quanto mi aspettassi; dopo aver svolto il compito che dovevamo affrontare (il recupero di un antico libello sepolto nel cimitero indiano sopra cui è stata edificata l’università: era necessario un sapiente uso di esplosivi per liberare la strada, da qui la collaborazione), sono riuscito a convincerlo a buttar giù (ahah!) due righe per l’edizione novembrina di “Hal Giasira consiglia”. Il Nostro ha accettato volentieri abbracciando lo scopo della rubrica: recensire qualunque prodotto dell’ingegno umano semisconosciuto, passato ingiustamente in secondo piano oppure famoso e assolutamente necessario per tutti coloro che vorrebbero definirsi “eversivi”. Il Don non ha però scritto la recensione, preferendo scaricare il barile passare il testimone ad un esimio collega turco. Non mi aspettavo una collaborazione così pregnante da uno che prega il dio sbagliato, ma anche il Don e i suoi amici si comportano in modo alquanto particolare e non lo dico solo io, lo pensa tutta Ignorance: l’atmosfera di quei luoghi è davvero particolare… sinistra, fredda, distante – a tratti disperata – e aliena… nulla che si possa descrivere con parole. Temo di aver assorbito in me parte di quella flagranza e la cosa mi preoccupa un pò; confido però nella cordiale ospitalità della mia grotta multifuzione, a cui sono tanto affezionato, per riassestarmi psicologicamente.
Allego il documento inviatomi da Don Alò, scritto dal suo misterioso collega(TM).
A buon rendere,
Hal Giasira
04/12/2007 – Grotta C Interno 4
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Spedire a Ignorance, fermo posta.
Istambul, 9 Novembre 2007
Finalmente! Come l’eco abbagliante delle mille colonne d’oro e d’avorio ha brillato (or sono due millenni e due secoli ma il loro tintinnare blasfemo m’acceca la mente ancora) nella sacra oscurità dei recessi proibiti sotto le volte marmoree dei templi, silenziosi testimoni d’una ricchezza e d’una sapienza inaudita consumatasi all’ombra della nostra gemella e lussuriosa isola Ortigia, città dei due porti e dalle molte vele, i vecchi minareti del Corno D’oro possono ora tremare e trasmettere fin negli angoli proibiti di questo sporco universo, per due eoni ancora e ancora, l’esultante delirio del doloroso rutto e profondo, quanto gli abissi delle crepe stellari, del mio grande e vero Eureka, privo di falsità matematiche buone per la bava degli infanti, mentre sono assediato… vengono dal mare dei sogni al crepuscolo… i demoni alati di artigli e vagine purpuree dell’ultimo mondo… Mi uccideranno! – SIBILO – IL LETTO M’INGHIOTTE Finalmente, dopo le innumerevoli notti prive di luna e lunghe come la follia di questo lucidissimo autunno, ore consumate al profumo di rose marcescenti vomitato dalla debole luce d’ambra di queste lampade ad olio sottratte a quell’ingordo francescano che cura le forniture taumaturghe del Santo Sepolcro, ci sono riuscito. Vagavo oramai consumato nei nervi e nei muscoli dall’insonnia febbrile e sfibrante dei soli notturni dove si annidano le ossessive visioni confuse dei brandelli terribili di verità, smarrito ubriaco di vino antico e miele sputato da bianche sirene dei morti dietro le profondissime cortine di fumo tessute da questi maledetti demoni del deserto occidentale senza nome che popolano sempre i miei sogni del primo mattino. In quest’atmosfera asfissiante da tardo impero delle albe bianche il Sole è un cadavere putrescente dell’ultimo perverso millennio e le tenebre hanno vigore, oh sì, hanno vigore ma, nonostante tutte queste gravi pene, finalmente ci sono riuscito e questo è tutto ciò che importa. Alla mia salute ci penserà Satana, che a lui mi sono votato quando per l’atroce delirio della sovraumana felicità della scoperta, che libera l’uomo dagli occhi di Dio, ho pianto e… in un attimo di lucidissima follia… preso per la coda il Diavolo… … … Mi uccidano pure ora, ho scritto questa lettera come prova per… …ZOLFO DALLA LAMPADA… non si comprende, sembra cancellato furiosamente [n.d.t.] Cercavo disperatamente da mesi la chiave dell’enigma che m’incatenava ai miei preziosi volumi, drogato dagli ipnotici profumi del piscio dei topi, sottratti alla Marciana… Uno per uno sotto la tonaca per tre lunghi anni ho partorito fogli nei luridi campi della città lagunare percossa dai fremiti del coito dei senzadio, dove nei teschi e nelle tibie polverizzate da una pietà clericale fasulla gli angeli del tramonto zoppi di un’ala porranno le radici del trono del Re della fine dei tempi nello stesso istante in cui un nuovo Costantino emerso dai mari d’oriente squarcerà le cupole d’oro di questa città di papponi; RECITA: allora intonerete i Miserere per le strade sommerse di feci e i figli del vostro abominio lacrimeranno urina… RISA NEL TETTO Scorrevo con assorta distrazione, e non poco compiaciuto divertimento, le note scritte a margine da un monaco agostiniano vissuto negli anni dei torbidi aragonesi in un convento della terra di Sicilia, presso Schiac (a quanto pare, da come s’allettava a raffigurare le sue perverse manie, un esemplare di dotto maiale poco osservante del quarto capitolo della loro sciocca Regula ad servos Dei, scrittura passabile per eunuchi della Città Proibita). Era un piccolo incunabolo, un assai raro esemplare veneziano del De Docta Ignorantia del gran Cardinale che avevo studiato a lungo, nel periodo della mia tesi di laurea in teologia a Tubinga, durante le ore di riposo e preghiera contemporaneamente trascorse nell’ascolto dell’estasi carnale dei borghesi dal ventre livido di morti affogati sulle rosee carni delle tredicenni vergini svendute per un misero obolo, dopo le confessioni delle mie puttanelle più giovani ed empie, affogato dietro le tende del bordello alla diafana luce delle quali avevo contratto la sifilide che ora consuma le mie cervella… Le sento pulsare, vergini e tempie, pulsare nel buio dietro ogni parete, pulsare quanto il proverbiale ventre della santa madre partoriente sui monti del Mediterraneo agreste, squarciato dal crocefisso d’avorio perduto di Giovanni Pisano, una delle tante reliquie blasfeme nascoste nel cuore del monte Vaticano, sotto la cupola ampia che coronerà empia l’Anticristo e sopra la necropoli dei traditori della Roma immortale. Indicate da uno strano esseruncolo vergato a china ingiallita con la testa a forma di indice umano queste parole accompagnate da alcuni segni:
[...] lacuna VEG (….)A TEURGICA I II III IV II
Avevo già incontrato quella strana sequenza di numeri, ma dove? E quelle parole che sembravano evocare tutta l’arcana ed esoterica sapienza della creatrice parola alchemica, il respiro biascicato delle preghiere notturne dell’Apostata nel cuore della bastarda città d’Antiochia, utero pullulante di aborti umani che si battezzarono qui cristiani, preghiera maledetta dalla chiesa trionfante di seta dorata ma da essa segretamente usata nei periodi di gran calamità, e tutta l’antichissima potenza emessa dagli ultimi respiri del paganesimo agonizzante, a quale universale segreto dell’umanità eletta, nascosto alla massa degli sciocchi, facevano mai riferimento? Ricordavo una raccolta di salmi la cui sequenza numerale dei versetti rassembrava questa progressione. Da ragazzo l’avevo annotata nel mio taccuino dopo averla a lungo osservata con curiosità di poeta scritta su due strani specchi di grafite nel sagrato di una chiesa del Nord Europa, come si è soliti fare in certe realtà protestanti. Il tema ricorrente di quei referenti sembrava segretamente richiamare il libro perduto del Gran Veggente e la sua gelida arte. VISIONE – CITTÀ IN FIAMME La veggenza, veggenza… Scorrevo in quegli stessi giorni lontani, ricchi dei furori poetici della gioventù, il breviario biografico del vero profeta della fine del mondo, – UNE SAISON EN ENFER -, quando il mio occhio era caduto su una pagina aperta per caso del suo epistolario, la ultime parole scritte su materiale umano dall’ultimo figlio della prole marchiata dal fuoco spirituale rubato per gli iniziati all’inesprimibile visione prometea e dantesca, parole che avevo appuntato nella pagina accanto a quella del salmo:
Marseille, le 9 Novembre 1891
UN LOT : UNE DENT SEULE.
UN LOT : DEUX DENTS.
UN LOT : TROIS DENTS.
UN LOT : QUATRE DENTS.
UN LOT : DEUX DENTS.
Monsieur le Directeur, je viens vous demander si je n’ai rien laissé à votre compte.
Je désire changer aujourd’hui de ce service-ci, dont je ne connais même pas le nom, mais en tout cas que ce soit le service d’Aphinar.
Tous ces services sont là pourtant, et moi, impotent, malheureux, je ne peux rien trouver, le premier chien dans la rue vous dira cela. Envoyez-moi donc le prix des services d’Aphinar à Suez, je suis complètement paralysé: donc je désire me trouver de bonne heure à bord. Dites-moi à quelle heure je dois être transporté à bord…
Preso dalla nostalgia del sensuale piacere del verso ristoratore, come allegra fonte dopo l’ascesa pomeridiana sul monte più alto che adombra il paese, stanco e deciso a rinunciare per sempre alla stimmate della mia lacerante ricerca, andai a rivedere quella raccolta… TAGLIO – SANGUE Fu un lampo; l’istantanea visione di un letto di morte in un lurido ospedale. Un angelo mutilato che marciva tra le lenzuola sporche di sangue rappreso di viola, avvolto dalle poche piume rimaste delle sue terribili ali sulle cui ossa oramai a vista apparivano, per poi scomparire nel luccichio di una luce dorata e maledetta, versi di una Apocalisse umana. La penna, quasi trasportata da una gelida mano invisibile corrotta dalla lebbra, il cui tocco non è esprimibile con parole sensate dalle lingue di questo mondo, scrisse sullo stesso margine di quella pagina aperta tanti anni fa dalla stella del caso della mia gioventù:
Monsieur le Directeur,
Je viens vous demander
Si je n’ai rien laissé à votre compte.
Je désire changer aujourd’hui de ce service-ci,
Dont je ne connais même pas le nom,
Mais en tout cas que ce soit le service d’Aphinar.
Tous ces services sont là pourtant, et moi, impotent, malheureux,
Je ne peux rien trouver, le premier chien dans la rue vous dira cela.
Envoyez-moi donc le prix des services d’Aphinar
À Suez, je suis complètement paralysé:
Donc je désire me trouver de bonne heure à bord.
Dites-moi à quelle heure je dois être transporté à bord…
L’ultima profezia del sacerdote poeta.
–continua–
ipse dixit