Seconda et ultima parte di questo esercizio di stile in forma epistolare. Ben riuscito credo, considerando che le varie citazioni (strutturali, lessicali, storiche) sparse qui e nella prima parte farebbero rosicare qualche Alto Letterato Sperimentale.
L’amico Dario ha scritto ’sta robaccia dopo aver guardato soddisfatto i discorsi di Veltroni in tv, eh! O magari dopo essersi perso Irlanda – Italia al 6 Nazioni per sorbirsi un comizio del suddetto a Palermo! Quante ore di treno ci vogliono? Tre? Quattro? Per Veltroni!? E difatti questi sono i risultati. :-/
PARTE II – LA PRIMA VEGGENZA
Sana’a, 9 Febbraio 2007
Svengo
NELLE URLA DELLA NOTTE LE LUCI ABBAGLIANTI – la Luna d’argento vomita demente… e ruota, ruota nel tempo. – - – - – > Mi rialzo – - – - – - Scatto. La camera si trasforma in un girone dantesco; MASCHERE SUI VETRI di legno – Le VOCI dei dannati ECHEGGIANO come pioggia di schegge di vetro o canne d’un organo sommerso nell’oceano dei morti, in lingua romanza… … … RIDENDORIDENDORIDENDO… … …
…Puis-je décrire la vision, l’air de l’enfer ne souffre pas les hymnes! C’était des million de créatures charmantes, un suave concert spirituel, la force et la paix, les nobles ambitions, que sais-je?
Les nobles ambitions…
Soffoco. L’atmosfera trema come l’asfalto nel deserto dei folli. La stanza crolla sulla mia coscienza liquefacendosi come la pellicola d’olio d’un quadro fiammingo gettato nel fuoco del grande camino del salone nel castello che trema per il terremoto notturno, nel cuore della Sassonia.
Sulla pelle di cristallo ancor sento, fin sulle ultime vertebre del collo, i brandelli di grida fuoriuscire a stento dalle ferite senza mai fine dei corpi piegati dei dannati; urla spinte a forza di budella penetrano nell’aria di petrolio – UN FOGLIO INGIALLITO PER TERRA >>>
SANGUE Sangue SANGUE. Dappertutto
…Je vois que mes malaises viennent de ne m’être pas figuré assez tôt que nous sommes à l’Occident. Les marais occidentaux….
Ah, per dio, via, via presto!
I tetti. L’asfalto. Il porto. E già innalzo il mio lurido occhio sepolto nella brace spenta e disperatamente folle di beone irlandese senza un sudicio penny, nebbioso come le loro colline, che mi ha scolpito la violenza di questa prima rivelazione tremenda sulle terrazze più alte e desolate del traghetto che mi porta in salvo, lontano dall’ultimo lembo dell’Europa morente, quando il Bosforo dalla pelle cobalto trascolora le sue onde nella lanugine ardesia della fuliggine umida, e il crepuscolo battezza nella sua danza di porpora i palazzi coricati con sublime indolenza sulle natiche di seta del Corno D’oro. DANZE – DANZE – DANZE NELLE STEPPE… Nella mia mano l’ultimo raggio del dio morente fa palpitare col ritmo spezzato e tremante d’un ballo distratto la prima di queste ingiallite verità maledette che s’innalza sul mare in fiamme come una messa solenne dal passo di requiem per l’astro cadente:
Introitus
Je vais dévoiler tous les mystères: mystères religieux ou naturels, mort, naissance, avenir, passé, cosmogonie, néant. Je suis maître en fantasmagories.
Écoutez!
PRIMA PROFEZIA
I figli del Vento del Nord e dei gorghi del mare in tempesta preparano la grande migrazione della nuova barbarie boreale lungo la scia dei ghiacci in orrenda agonia
Orde di vergini folli sfregiate dai parroci e teorie d’aborti sputati via dagli uteri trapiantati
nei petti d’animali senza volto
I figli dei padri con i figli delle figlie
Frutti corrotti d’impronunciabili incesti in fuga dall’Europa in fiamme affogano nel fango
Crollano i monasteri sui monti profanati ed i palazzi di giustizia nelle piazze delle rivoluzioni violente
Le chiese e le sinagoghe sono risucchiate nelle grotte di polvere per i sabbah notturni dei senzatetto
I tre continenti imbandiscono il pasto dell’Occidente
Le madri mangiano i crani dei loro feti
Ecco il rifugio dei santi – i templi del paganesimo eterno – le fonti ed i boschi inviolati – le pietre parlanti e le rocche di metallo siderale dei saggi
Ecco ti vedo con il mio occhio di cieco viandante – la lingua – il pennello danzante nel fuoco della mia stirpe educata da UNA STAGIONE ALL’INFERNO.
… … … … … …
Ecoutons la confession d’un compagnon d’enfer:
Eccomi. Io, figlio d’un padre condannato eretico e d’un padre di mio padre contadino armeno, ucciso come un cane nella notte; io, un rinnegato dal mio popolo e dalla mia religione, senza volto e senza dio; io, barbaro ed empio, unico conoscitore della via di salvezza per i puri di cuore, per la vera prole incorrotta del sacerdote poeta. O purezza, purezza!
Un vecchio scrittore francese la cui afflizione per le impressioni extratemporali rivela una partecipazione, seppure inconsapevole, al grande disegno della redenzione dannata, ammoniva, prima di morire, che l’educazione dell’artista avviene a forza di schiaffi e di violenze sentimentali. Ebbene, nella sofferenza delle mie ricerche, avevo capito che per diventare poeta e veggente l’unica via era la catabasi, la lenta discesa nelle profondità infere, come i rituali delle dee orfiche e dei misteri antichi d’Eleusi, proibiti agli stolti che nascono ciechi di cuore e zoppi di sensi. Farsi nuovamente sperma, e discendere nella primigenia terra per diventare parola primeva, nuovo verbo creatore, seme di frumento e astro splendente e pianeta nel fermento colossale d’una nascita abbagliante e cosmogonica. Così Omero e Cristo e Dante per primi. E così il divino Rimbaud, attraverso cui le stesse divinità hanno portato a conoscenza la profezia dell’ultima Era, profezia preconizzata nelle pagine del suo vangelo esoterico, quella Stagione all’inferno all’interno della quale il foglio su cui risplendeva fiammante d’incenso la preziosa veggenza aveva lasciato il suo marchio di piombo scarlatto…
…C’est cette minute d’éveil qui m’a donné la vision de la pureté. – Par l’esprit on va à Dieu!
Déchirante infortune!
La chiave di topazio per l’apertura dell’enigma che legava nei suoi lacci di nervi e tendini umani quelle verità verso cui, per natura o follia, ero attratto, nonostante la mia naturale debolezza di volontà e ragione, e che per lunghi millenni aveva tentato, guidato e sepolto e spesso ucciso nel sonno le tensioni di anime grandi, era sempre stata lì ad attendere, sulla soglia della mia demenza. La mia inclinazione al verso s’era rivelata la lama eterea pronta a squarciare il velo del tempio, il sacrificio umano preparato dai sacerdoti di Babilonia per il Moloc di ossa umane e betili neri; la verità scandalosa che fa crollare le certezze dei molti. Lo stesso scandalo della perfezione nella creazione dei mondi artificiali.
Uomini sapienti, prima di me, uomini dalle vesti di mirra, avevano afferrato parziali rivelazione dell’armonia dei cosmi. Visioni di parti celesti nei fumi del benzoino. Apparizioni di mondi nei riflessi materici e negli screzi dei diamanti disciolti nel vetro dei calici ricolmi d’assenzio o di vino. Abissi delle esplosioni solari. Auree sequenze come quella che mi aveva condotto per mano all’ultima profezia dell’ultimo profeta, la nitida visione della sua morte terrena e della migrazione dei rinnegati e delle forze incorrotte del mondo, di me e di noi, ad Oriente.
Verso il sud.
[...] Je retournais à l’Orient et à la sagesse première et éternelle
… … … …
Intirizzito dal freddo mantello che questa sera poggia sulle mie anche e toccato dall’alito di solitudine del mare Egeo la musa notturna m’infonde la forza per tradurre in versi la visione apparsa nel delirio del mio svenimento. Sullo slancio della prima profezia che si è mostrata, come una donna leggera, alla mia dissoluta coscienza, scrivo di getto quest’atto fondativo d’una confraternita religiosa neopagana che avrà come solo testo sacro UNA STAGIONE ALL’INFERNO, e come rituali sacri ogni disciplina che rifletta la coscienza della verità universale e l’alchimia teurgica del verbo…
SUSSURRI… Je n’avais pas en vue la sagesse bâtarde du Coran…
Ecco, per questa nuova setta di poeti maledetti, oh figli della gran veggenza, per voi il primo alito di vita d’una redenzione lirica, la parafrasi poetica della profezia prosaica:
CREDO
J’écrivais des silences, des nuits, je notais l’inexprimable. Je fixais des vertige. [...] La vieillerie poétique avait une bonne part dans mon alchimie du verbe.
Je m’habituai à l’hallucination simple [...] Puis j’expliquai mes sophismes magiques avec l’hallucination des mots!
Noi
Soldati splendenti della Poesia che affraterna, noi saremo guerrieri della bellezza
Eterna sul campo, sul campo di battaglia di Grànico e Magnesia
Nelle steppe dell’Asia profonda
E senza orizzonti, o nuvole di seta o di cenere,
Noi che sepolti nei cappotti dei ghiacci della Siberia che paga i sui debiti di gioco
Col pianto della neve boreale saremo scoperti dai viandanti,
Noi che saremo la sacca e la suola di tutti i viandanti
Dietro gli stretti percorsi e ritmati dalle innumerevoli greggi dei monti di Zagros
Dove l’uomo s’inventò re e pastore dei sui fratelli, (sappiate che è così ch’ebbe principio
Il mondo), lungo le basse muraglie e le alte e perfette adamantine montagne
Dove fioriscono i monasteri buddisti ed echeggiano per le ripide valli
La preghiera delle grandi campane di bronzo suonate
Dalla semplicità d’un tronco
Ed i ruscelli nelle canne del bosco, noi mendicanti
Lasceremo l’Europa
Sotto le mille lune riflesse nei decori intarsiati dei tetti di smalto
Delle mille e una notte; e ce ne andremo
Di notte lungo le baie riflesse nelle secche delle isole calde del Pacifico cobalto
E sterminato e per le praterie vaste delle barriere sommerse,
Alla ricerca delle voci nascoste,
Alla ricerca delle pietre percosse
Dall’urlo delle possessioni polinesiane.
Dormendo sui moli di Gomorra
O nei fari isolati dalla memorie dei rinnegati, e nei trabucchi sul mare dei semplici,
Faremo vela verso ogni Orizzonte di cui valga la pena sognare,
E saremo tutte le foreste equatoriali e la loro umida oppressione
Per la pelle contratta dallo sforzo di tutti i nostri compagni di viaggio
Che non vedremo invecchiare negli anni,
(Ma di cui pur avremo quella giusta compassione che lega i fratelli),
Tamburi sul Rio che danzando serpeggia,
In corsa veloci al suono dei flauti,
Attoniti e fermi sotto le masse splendenti dell’immensa esplosione solare nell’Antartico
Padre dei ghiacci, o sotto le cime delle sacre piramidi baciate dai venti,
In rapida elettrica marcia di guerra spartana per il deserto di sabbia
Dei tre continenti, salutati nel trionfo delle sete imperiali in festa
Lungo le mura della splendida Sana’a.
… … … … … …
Ma il tempo della creazione reagisce ad altre leggi, discipline mai conosciute dai nostri sensi.
E già guadagno la sponda asiatica e corro veloce sulle strade di polvere verso Damasco, donna possente, regina dei sogni, la porta d’Oriente. Scorrono veloci all’ombra degli alti palmeti le miserie di fango della gente di Palestina. Il deserto m’ingoia nel suo abbraccio voluttuoso di madre attossicata dai veleni d’azzurro e fatture di latta. L’ardente respiro del Simun scortica la mia pelle e consuma il pasto costruito nell’avanzo delle mie ragioni consapevoli le cui briciole diventano radici di carne delle ultime dune costruite dalle invisibili bestie che divorano la penisola arabica.
Come è vasto l’orizzonte d’Arabia. Oh, terra dei sogni e dei miraggi, penisola celeste, saluta l’arrivo ciondolante d’un corrotto e pallido viandante che cerca solo conforto. Accoglilo, accoglilo nel tuo ventre avaramente prodigo, fecondo di carestie e pestilenze e febbri dai dolci doni d’ossessioni asfissianti ed ardenti fantasmagorie. Giunto a piedi scalzi sulla via dei profeti del deserto, voci profonde quanto gli abissi, possessioni dementi. L’ombra delle mura di Sana’a bacia le piaghe della mia psicologica peste.
Ecco, ecco la porta.
Il sole annerito crolla in silenzio sul meriggio fantastico.
C’est vrai; c’est à l’Éden que je songeais!
ipse dixit