Gli ambienti sportivi sono oggetto di mutazioni imprevedibili, discontinue, contingenti, cruciali, virtualmente impossibili. Nel giro di pochi anni possono nascere tanti e tali fenomeni in grado di dominare le singole competizioni internazionali finché d’improvviso il movimento sportivo precipita in un limbo fatto di insuccessi e risultati mediocri. A volte non si capisce bene come e perché simili atleti possano essere arrivati tutti insieme allo stesso momento, altre volte lo si capisce perché le istituzioni e gli sponsor spingono una disciplina fino a renderla popolare, altre volte ancora si spinge ma non esce fuori alcun risultato.
Oggi voglio parlare della pallavolo. Io ci giocavo al liceo perché era nel programma di educazione fisica, ed ero un discreto giocatore. Se non avessi avuto i piedi irrimediabilmente inchiodati al suolo probabilmente sarei stato anche ottimo. Per il resto so che le donne mettono le dita sul sedere e le fanno vedere alle proprie compagne sculettando più o meno vistosamente, probabilmente per suggerire il prossimo schema d’attacco o di difesa. Alcune atlete sono molto belle e fanno il calendario nude. E poi basta (ci sarebbe solo un’altra cosa cui stiamo tutti pensando).

Questo pomeriggio facendo zapping su sky sono capitato per caso su una partita di serie A1 femminile. Mi son visto gli ultimi cinque minuti. Ad un certo punto ho avuto un’illuminazione e si fa strada tra i miei neuroni una teoria stravolgente. Vado su wikipedia per aver conferme. E le trovo. L’ipotesi è confermata.
La nazionale maschile ha vinto l’impossibile negli anni ‘90, tant’è che fu chiamata la generazione di fenomeni.
Quella femminile ha iniziato a vincere proprio nel nuovo millennio.
Nessuno si è mai chiesto perché? Cosa lega queste vittorie concentrate in un ventennio? Cos’hanno in comune queste due generazioni? Suvvia, lo sapete pure voi:

Mila di Mila e Shiro: due cuori nella pallavolo, e Mimì di Mimì e la nazionale di pallavolo. La prima serie venne trasmessa da Mediaset dal 1986, l’altra dal 1982. Io le ho viste entrambe. Tra l’altro Mila, assieme a Sabrina di È quasi magia Johnny, in età infantile rappresentava il mio ideale di donna perfetta. In un’intervista Francesca Piccinini afferma che lei e tutte le altre giocatrici di pallavolo hanno iniziato a giocare dopo aver visto questi cartoni animati. Quindi ho dedotto un paio di cose.
- I cartoni animati giapponesi sono davvero capaci di manipolare il subconscio della gioventù.
- Tutti i nati tra il 1970 e il 1990 hanno visto per forza almeno una puntata delle due serie succitate. Quindi tutti i nostri pallavolisti le conoscono.
- La credibilità delle nostre squadre di pallavolo è legata a doppio filo alla trasmissione televisiva dei due cartoni animati succitati: cancellarli dai palinsesti comporterà un disinteressamento dei giovanissimi nei confronti della pallavolo.
Le terribili conseguenze di tutto questo sono facilmente anticipabili: non appena l’attuale generazione di atleti (cresciuti tra palle che si deformano a seguito delle schiacciate ed impossibili love-story da spogliatoio) smetteranno di giocare per vecchiaia, la pallavolo italiana diventerà mediocre e il numero di tesserati verrà ridotto ad un asintoto verso -∞. Ormai sono dieci anni buoni che Mila e Mimì non si vedono sulle TV nazionali, siamo già sull’orlo del baratro… ci saremo, alle prossime Olimpiadi? L’unico modo per mantenere lo status quo è continuare all’infinito una martellante trasmissione delle due serie d’animazione per tenere alto l’interesse dei giovanissimi e traghettarli verso il professionismo.
Lancio quindi un appello ai dirigenti Mediaset (e al presidente Napolitano, per sensibylizzarlo), affinché ripropongano le nostre atletiche eroine sulla TV nazionale per il futuro di uno sport che ci ha dato tante soddisfazioni, e rischia di non darcene più.
(Ecco Shiro, per par condicio)

ipse dixit